Oggi il vertice di Roma
C’è più guerra che trattativa nei piani libici dell’Europa
Il Gruppo di contatto sulla Libia si riunisce oggi a Roma per discutere il futuro della missione militare cominciata il 19 marzo. Nonostante i tentativi di alcuni mediatori europei, le chance della diplomazia sono oggi poco consistenti. L’ultimo a cedere è stato il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha cercato per un mese di convincere alla tregua Muammar Gheddafi e gli insorti di Bengasi. Leggi Quando eravamo libici di Sandro Fusina
19 AGO 20

Ma i colloqui con il colonnello proseguono: secondo fonti dell’Agenzia informazione e sicurezza esterna (Aise), alcuni leader tribali vicini a Gheddafi saranno a Parigi martedì prossimo per una serie di incontri riservati. Il governo francese, con quello britannico, è il maggiore azionista dell’intervento militare sulla Libia e insiste per ottenere la fine del rais. Questa linea – l’unica che oggi è presente nel Gruppo di contatto – non convince il vescovo di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, dalle cui parole trapela un’intensa capacità di diplomazia informale.
“Sinora l’Onu e l’Europa sono state forti nei bombardamenti, ma la vera forza è trattare anche nelle situazioni difficili – commenta al Foglio Martinelli – I punti di appoggio per stabilire un contatto non mancano, come dimostrano i tentativi della Turchia e dell’Unione africana. Si dovrebbe arrivare a un periodo di transizione che porti a un nuovo governo con continuità”. Per Martinelli, l’obiettivo può essere raggiunto coinvolgendo i clan che difendono Gheddafi. “E’ importante che il processo avvenga sotto l’egida morale di persone che, qui a Tripoli, hanno ancora la capacità di dialogare – sostiene – Non si può costruire un paese escludendo a priori una parte, come vorrebbero quelli di Bengasi. Allo stesso tempo, non si possono negare i valori che Gheddafi ha trasmesso a questa nazione”.
Martinelli dice al Foglio che “non è opportuno puntare subito all’interno della famiglia di Gheddafi, perché questo potrebbe urtare alcuni. Ma ci sono persone vicine a lui che hanno l’autorevolezza e le qualità per fare da interlocutori e permettere una continuità”.
Il Gruppo di contatto segue la strategia opposta: la fine della crisi è legata alla partenza di Gheddafi e sei suoi uomini. Per farlo, oggi a Roma si valuteranno nuove misure a sostegno del Consiglio di transizione, l’organismo che rappresenta i ribelli di Bengasi. Il governo autonomo chiede soldi per far ripartire l’economia della Cirenaica e vorrebbe usare gli asset del regime che oggi sono congelati e i proventi della vendita di petrolio. La Gran Bretagna e il Kuwait hanno proposto di aprire un fondo fiduciario nella Banca nazionale del Qatar, che sarebbe alimentato da “doni e crediti” concessi dai finanziatori privati, governi, organismi multilaterali o imprese pubbliche. Sul piano diplomatico, il grosso dell’iniziativa passa all’Onu, che potrebbe valutare già nei prossimi giorni l’ipotesi di una nuova risoluzione. Un inviato speciale, il giordano Abdel Elah Mohamed al Khatib, ha incontrato alcuni diplomatici italiani la scorsa settimana e sarà oggi a Roma. “Le autorità di Tripoli e quelle di Bengasi mi hanno fatto sapere di essere pronte ad accettare il cessate il fuoco, nel momento in cui l’altra parte smetterà di sparare – ha detto martedì al Khatib, parlando alle Nazione Unite – La parte difficile è convincerli a sostenere un processo politico comune”. Già domani, un C-130 del nostro esercito dovrebbe trasportare al Khatib a Bengasi assieme al leader del Consiglio di transizione, Mahmoud Jibril. Jibril ha lasciato la Libia all’inizio dell’offensiva aerea e non vi ha più fatto ritorno. Ma c’è anche il capitolo militare. Uno dei figli del rais, Saif al Arab, è morto la scorsa settimana in un bombardamento. Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha detto ieri che non è in grado di stabilire una data alla fine della missione. E il Consiglio dei ribelli ha fatto sapere che ritiene Gheddafi “un obiettivo legittimo” dei raid alleati.
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